Quando un bambino o un ragazzo mi chiede la sua amicizia su Facebook che cosa devo fare? Le scelte non sono poi molte: posso accettare o rifiutare. Tendenzialmente su Facebook a questo tipo di richieste diciamo sempre di sì, o almeno io faccio così, se minimamente conosco la persona. Accettare l'amicizia di un bambino (e a me, ad esempio, l'hanno chiesta tantissimi di prima media e persino qualcuno di quinta elementare; addirittura c’è stata una richiesta di un bimbo di terza, che per fortuna però ha chiuso l’account poco dopo) è un gesto che comporta una certa responsabilità: da quel momento in poi tutte le mie comunicazioni in rete saranno visibili anche lui, qualsiasi linguaggio o qualsiasi contenuto esse possano avere. Inutile negare che in rete tutti tendiamo ad essere un po' sopra le righe, forse per una certa voglia di apparire, o forse perché crediamo che la moda della volgarità e della violenza sia ormai inarginabile, e che non adattarsi ci porti ad essere agli occhi degli altri meno interessanti. Qualcuno potrà anche dire che tanto in rete i ragazzi possono ormai trovare qualsiasi cosa, ma questa mi sembra una motivazione veramente becera, perché così si giustifica il male dicendo che almeno non è il peggio. Gli uomini e le donne in gamba credo sappiano quanto questi sotterfugi diano alla lunga molto meno gusto dello sforzo di ribellarsi al male per cercare invece il bene.
Questo discorso, anche senza spingerlo ai casi estremi ma ben concreti del cyber bullismo o dei pericoli legati allo sfruttamento sessuale, penso valga per tutti, ma in particolare per chi ha dei compiti educativi ufficiali, come un prete, un catechista, un educatore di oratorio, un allenatore… Non possiamo chiedere ai nostri amici più piccoli in oratorio certi comportamenti e poi in rete assumerne noi stessi e propagandare atteggiamenti opposti. Si tratterebbe di una vera e propria controtestimonianza. Anche la rete, se usata bene, può diventare un luogo bello di crescita e di educazione; se usata male può fare male, anche molto male. Se accetto l'amicizia di qualcuno molto piccolo devo agire responsabilmente; altrimenti può essere molto più responsabile rifiutare e mantenere la nostra comunicazione tra persone adulte.
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giovedì 5 maggio 2011
giovedì 27 maggio 2010
web 2.0: aveva ragione T. S. Eliot?
Sul sempre interessante inserto domenicale del Sole24ore, gentilmente passatomi con regolarità da Marta, leggo una acuta riflessione nella rubrica cultweb. In essa si sostiene che le nuove forme di aggregazioni di informazioni come i social network stanno riportando nel nostro modo di ragionare un'idea di linearità, dopo l'era della dispersione dell'ipertesto. Cito direttamente:
"Stefan Balázs sostiene sulla rivista telematica tedesca Telepolis che il web 2.0 marchi il ritorno alla linearità: blog, twitter o facebook rilancerebbero un'organizzazione dei contenuti vicina a quella dei “vecchi” media, come il libro, la radio o il film, incanalando la complessità e la dispersività delle narrazioni ipertestuali. Certo non si torna indietro, nulla vieta di riprendere a surfare saltabeccando da un link all'altro: ma questi formati introdurrebbero almeno una parvenza rassicurante di ordine ai fili comunque sempre più frammentati del pensiero".
L'osservazione mi sembra pertinente e tuttavia trovo una differenza tra libro e web 2.0: la linearità c'è, ma il senso mi sembra inverso. Quando leggiamo un libro partiamo dall'inizio, ovvero da ciò che è più antico e andiamo verso la fine, ovvero ciò che è più recente; quando leggiamo un blog o le notifiche di un social network partiamo sempre dalla fine, dal più recente, e solo se abbiamo voglia e/o tempo risaliamo all'indietro. Con un effetto un po' paradossale, ovvero che cose anche molto recenti ci sembrano superate e da dimenticare, incalzate dalle nuove updates. Il paradosso è che oggi è molto facile conservare dati e memorie (volumi interi stanno su una chiavetta USB) ma queste memorie non ci interessano in fondo più. Avanziamo col passo del gambero, recuperando del passato solo il minimo indispensabile, tutti protesi a cogliere l'attimo, il moderno, la moda. Aveva forse ragione Eliot quando diceva che la nostra è "una età che avanza all'indietro, progressivamente"?
"Stefan Balázs sostiene sulla rivista telematica tedesca Telepolis che il web 2.0 marchi il ritorno alla linearità: blog, twitter o facebook rilancerebbero un'organizzazione dei contenuti vicina a quella dei “vecchi” media, come il libro, la radio o il film, incanalando la complessità e la dispersività delle narrazioni ipertestuali. Certo non si torna indietro, nulla vieta di riprendere a surfare saltabeccando da un link all'altro: ma questi formati introdurrebbero almeno una parvenza rassicurante di ordine ai fili comunque sempre più frammentati del pensiero".
L'osservazione mi sembra pertinente e tuttavia trovo una differenza tra libro e web 2.0: la linearità c'è, ma il senso mi sembra inverso. Quando leggiamo un libro partiamo dall'inizio, ovvero da ciò che è più antico e andiamo verso la fine, ovvero ciò che è più recente; quando leggiamo un blog o le notifiche di un social network partiamo sempre dalla fine, dal più recente, e solo se abbiamo voglia e/o tempo risaliamo all'indietro. Con un effetto un po' paradossale, ovvero che cose anche molto recenti ci sembrano superate e da dimenticare, incalzate dalle nuove updates. Il paradosso è che oggi è molto facile conservare dati e memorie (volumi interi stanno su una chiavetta USB) ma queste memorie non ci interessano in fondo più. Avanziamo col passo del gambero, recuperando del passato solo il minimo indispensabile, tutti protesi a cogliere l'attimo, il moderno, la moda. Aveva forse ragione Eliot quando diceva che la nostra è "una età che avanza all'indietro, progressivamente"?
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